Violenza assistita. Come possono intervenire i Servizi sociali? (parte I)

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Violenza assistita. Come possono intervenire i Servizi sociali? (parte I)

Ruolo attivo dei servizi sociali e contesto sicuro. Maltrattamento diretto o indiretto. Orfani speciali e funzioni di accudimento.

Un contesto sicuro 

L’assistente sociale, nell’ambito della violenza assistita, si adopera per agire tempestivamente e poter fornire gli strumenti necessari in grado di permettere al bambino e all’adolescente di vivere in un contesto sicuro capace di contribuire positivamente al loro processo evolutivo. 

Violenza assistita e necessità di interventi tempestivi 

In Italia la violenza assistita è stata riconosciuta tardivamente tra le forme di maltrattamento minorile.  

A tal proposito è importante agire attraverso un ruolo attivo dei Servizi Sociali Territoriali in modo da intervenire tempestivamente per ridurre i rischi e l’impatto che la violenza assistita ha sul minorenne. È necessario tutelare pienamente il diritto di vivere in un contesto familiare che possa rispondere adeguatamente alle esigenze educative e formative.  

 «I momenti di felicità più belli li viviamo nei nostri sogni. Potremmo insegnare ai bambini a superare un ricordo doloroso per iniziare a sognare. Perché ciò che conta è quello che potrebbe succedere e non quello che è successo»

 

Figura 1 Cortese, F. “Madre e Figlia sul carillon”, FIRENZE, 2018 

Cosa si intende con violenza assistita? 

In Italia la violenza assistita è stata riconosciuta come forma di maltrattamento sui minori. Una prima definizione del fenomeno ci è pervenuta nel 2003 con il III Congresso del CISMAI – Coordinamento Italiano dei Servizi per il maltrattamento e l’abuso minorile – tenutosi a Firenze e perfezionata poi nel 2005 con l’emanazione delle linee guida e i requisiti minimi degli interventi da attuare.  

«Per violenza assistita da minori in abito familiare si intende il fare esperienza da parte del/della bambino/bambina di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuta attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative» [1] 

La violenza assistita può essere vissuta in modo differente dal minorenne, infatti può farne esperienza sia in modo diretto, tramite la percezione e la visione di ciò che avviene nel suo nucleo familiare, sia in modo indiretto ovvero quando viene messo a conoscenza delle violenze perpetrate nel nucleo familiare e ne subisce gli effetti. 

Violenza assistita in gravidanza: forte rischio per il bambino 

Una particolare attenzione deve esser posta sulla connessione tra violenza e gravidanza. Il bambino dunque può essere vittima di violenza anche prima dell’evento della nascita. Parliamo di gravidanze di difficile gestione in cui si è evidenziato un forte pericolo per la donna e per il feto.  

Normalmente la gravidanza dovrebbe essere un periodo di benessere e tranquillità ma purtroppo si è notato, tramite una corposa valutazione internazionale, che tale legame «non risparmi la donna neppure durante questa fase della vita e anzi che possa iniziare ad inasprirsi proprio in quel periodo» [2].  

La violenza maschile infatti può iniziare a manifestarsi in questa fase particolare. La gravidanza rende la donna più concentrata su sé stessa e sul bambino e ciò, per l’uomo che vede la donna con un forte grado di possesso, è motivo di gelosia nei confronti del nascituro che sarà dunque percepito come un oggetto che si interpone tra lui e la donna.  

Dati e ricerche condotte sulla violenza assistita 

La violenza assistita è tra le forme di maltrattamento familiare più diffuse nel nostro Paese. Secondo una ricerca condotta nel 2015 dal CISMAI, Terre Des Homme, in collaborazione con l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, i dati riportano che su 100.000 minorenni maltrattati in carico ai Servizi sociali, il 19% sono vittime di violenza assistita. In pratica parliamo di 1 bambino su 5 testimone di violenza intra-famigliare. [3] 

I numeri però sono senza dubbio più alti se si considerano tutti i casi che non sono stati individuati sul territorio. Il criterio di indagine fu quello di prendere in riferimento come fonte, i dati dei Servizi sociali dei Comuni italiani che rappresentano i servizi locali responsabili della tutela dei bambini.  

Inoltre risultano numerosi i minorenni che hanno assistito all’omicidio della propria madre. Parliamo dei c.d. “orfani speciali”, figli del femminicidio, costretti ad affrontare il doppio trauma della perdita della madre e la “perdita” del padre. Secondo una stima dal 2000 al 2014 infatti sono 1600 i minorenni che hanno assistito all’omicidio della propria madre. [4] 

Occorre dunque specificare che il genitore che permette ai bambini di assistere a comportamenti violenti da lui messi in atto sul coniuge o su altri figli non adempie alle importanti funzioni di accudimento e di educazione che gli sono affidate. 

 

 

FONTI 

[1] CISMAI, «Bambini che assistono alla violenza domestica,» in III Congresso, Firenze, 2003.  

[2] M. A. Gainotti e P. Schiavulli, «Maltrattamenti e violenze in gravidanza: un aspetto sommerso della violenza di genere,» Rivista di sessuologia clinica, p. 38, 2008.  

[3] G. Soavi, «Requisiti minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri,» p. 2, 2017.  

[4] A. C. Baldry, «Orfani speciali: Chi sono, dove sono, con chi sono. Conseguenze psicosociali su figlie e figli del femminicidio. Seconda edizione aggiornata con la nuova legge 4 dell'11-01-2018,» Franco Angeli, 2018. 

Se sei interessato a raccontare la tua esperienza o le tue riflessioni di assistente sociale siamo lieti di pubblicare un tuo articolo sul nostro blog. Per maggiori informazioni contatta la dott.ssa Serena Vitale (redazioneblog@progettofamiglia.org)
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