Il colloquio nel servizio con il minorenne: indicazioni di base

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Il colloquio nel servizio con il minorenne: indicazioni di base

Assessment, progetto d’aiuto, setting. Incontro con il bambino: momento di conoscenza e relazione di fiducia.

Una sfida 

L’incontro con il  minorenne rappresenta per gli assistenti sociali, una sfida. Ogni professionista ha il compito, ed anche il dovere, di coinvolgere e ascoltare il ragazzo in tutte le situazioni che lo riguardano e che possono incidere sul suo benessere psico-fisico. Pur prediligendo l’incontro con il bambino attraverso la visita domiciliare, vi sono situazioni in cui gli assistenti sociali interagiscono con lui tramite il colloquio nel Servizio di appartenenza. L’assistente sociale, nell’incontro con il minorenne, deve rispettare tutti i principi del servizio sociale che lo accompagnano, di solito, nel colloquio con le persone destinatarie dell’intervento. L’interazione con un bambino, però, prevede degli accorgimenti da conoscere e mettere in pratica per la buona riuscita del colloquio stesso.  

«Il primo incontro con l’assistente sociale, aiuterà il minorenne a rompere la corazza” e ad affidarsi»  

Quando si richiede il colloquio?  

Quando l’assistente sociale interviene nelle situazioni di tutela minorile, il primo incontro con il minorenne è utile per acquisire informazioni che permettano di valutare in maniera complessiva la situazione che questo sta vivendo.  

Di solito il primo colloquio è attivato nella fase di assessment1, ossia di valutazione. In questa fase il professionista dovrà: 

  • visionare la cartella sociale del nucleo familiare, se questo è già conosciuto dai servizi; 
  • svolgere un colloquio con i genitori o adulti di riferimento con cui il minore vive,  congiuntamente o anche in modo separato; 
  • incontrare il bambino.  

Tutte le informazioni che si reperiranno in questa fase, saranno utili per comprendere la situazione che il bambino vive e per delineare un intervento d’aiuto che tuteli il suo superiore interesse.  

Il colloquio può essere, inoltre, considerato anche come un momento di conoscenza tra il professionista ed il bambino. Il primo incontro con l’assistente sociale aiuterà il minorenne a “rompere la corazza” ed affidarsi, consapevole che il suo interlocutore è pronto ad aiutarlo.  

L’incontro con il bambino 

Per effettuare il colloquio è importante sempre considerare l’età del minorenne: la capacità del bambino di comprendere la situazione ed elaborarne i contenuti potrebbe essere superiore rispetto a quanto si pensa. Il bambino o il ragazzo con cui, come professionisti, ci rapportiamo avrà una visione di ciò che sta vivendo diversa da quella degli adulti. Ciò permetterà di comprendere in maniera globale la vicenda familiare su cui si sta intervenendo.  

È utile che il bambino sia accompagnato da un adulto, per lui significativo, all’incontro, il quale, insieme all’assistente sociale, potrà spiegare cosa avverrà. L’assistente sociale non può essere presentato come un “amico della mamma”: il fatto che ci si rivolga al professionista con il “lei” e l’assenza dei contatti fuori dall’ufficio, farebbero ben presto capire che si tratta di una bugia e conseguentemente farebbero perdere la fiducia da parte del bambino. 

Quando il colloquio avviene in ufficio è utile disporre il setting a misura del bambino2: creare uno spazio con dei giochi, disporre sulla scrivania dei fogli e dei colori, appendere i disegni di altri bambini già entrati in quella stanza e  posizionare le sedie lontano dalla scrivania per rompere la distanza, sono tutte azioni pratiche e veloci da attivare e che  potrebbero supportare l’apertura del minorenne verso il professionista. Anche l’uso del disegno può facilitare la comunicazione. 

Le fasi del colloquio 

Come con gli adulti, anche il colloquio con un bambino o un ragazzo si suddivide in fasi.3 

La prima fase del colloquio ha come obiettivo creare disponibilità”4 da parte del bambino. A questo scopo sarà pertanto utile esporre domande non invasive, riguardanti ad esempio cartoni animati o giochi, comunque correlati alla sua età, per facilitare la relazione.  

Nella seconda fase, invece, l’assistente sociale deve riuscire a comprendere il suo punto di vista: sarà utile, quindi, porre domande semplici e concise e riformulare le sue risposte per aiutarlo a rielaborare il suo pensiero. Il professionista deve mostrarsi interessato a ciò che sta dicendo, dandogli un’importanza che forse, in relazione alla situazione che sta vivendo, non ha mai ricevuto dagli adulti che ha intorno.  

Durante il colloquio è utile evitare domande che suggestionino il bambino e stimolino in lui una convinzione che non aveva precedentemente all’incontro, oppure fare domande troppo astratte.5 

Gli assistenti sociali in questa interazione colloquiale devono essere preparati ad ogni eventualità; nel caso in cui emergano rivelazioni (anche presunte) di abuso è fondamentale accoglierle e non sminuirle mai, anche quando queste vengano presentate in modo confusionario.  

Quale scopo?  

Tutte le informazioni che l’assistente sociale acquisirà nell’incontro con il minorenne saranno utili e centrali nella delineazione di un progetto d’aiuto

 Anche per la definizione di quest’ultimo il professionista si dovrà servire della collaborazione, non solo dei genitori o delle figure di riferimento per il minorenne, ma anche del bambino stesso.  

La relazione di fiducia creata durante il colloquio e la disponibilità del minore ad aprirsi, rispetto alle problematiche che vive in famiglia nei confronti di uno “sconosciuto”, come è per lui l’assistente sociale, sono propedeutiche alla buona riuscita dell’intervento stesso.

Se sei interessato a raccontare la tua esperienza o le tue riflessioni di assistente sociale siamo lieti di pubblicare un tuo articolo sul nostro blog. Per maggiori informazioni contatta la dott.ssa Serena Vitale (redazioneblog@progettofamiglia.org)
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