Oltre Bibbiano, la tutela dell’infanzia. Intervista alla prof. Teresa Bertotti (2° parte)

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Oltre Bibbiano, la tutela dell’infanzia. Intervista alla prof. Teresa Bertotti (2° parte)

Commissione parlamentare d’inchiesta, servizio sociale professionale e appropriatezza degli interventi di tutela minorile. Valutazione degli interventi e identità del servizio sociale.

Il 4 agosto 2020, Marco Giordano ha intervistato Teresa Bertotti, assistente sociale, professore associato del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento, presidente dell’EASSW (European Association of Schools of Social Work). Oggetto dell’intervista la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’affido familiare, le comunità residenziali e la tutela minorile istituita in Italia nel luglio 2020. 

La domanda (prof. Marco Giordano) 

«La Commissione d’inchiesta ha, tra i suoi compiti, quello di «verificare le modalità operative dei servizi sociali di primo e secondo livello». Pur cogliendo le positive opportunità che possono nascere da questa attenzione parlamentare verso l’operato dei servizi sociali, occorre tenere presente il possibile perpetuarsi dell’antica accusa che addita gli assistenti sociali come “ladri di bambini”. Al di là degli eventuali errori o illeciti commessi dalle singole persone, quali passi in avanti il Servizio sociale professionale è chiamato a compiere per assicurare la piena appropriatezza dei propri interventi in un ambito complesso com’è quello della tutela minorile e degli interventi di allontanamento di bambini e ragazzi dalle loro famiglie?»

«occorre cercare di non essere astratti, di essere il più vicini possibile alla realtà e di non essere distratti. Bisogna interrogarsi sul tema della protezione»

La risposta (prof.ssa Teresa Bertotti)

«Anche qui faccio una premessa. Quando una Commissione chiede di verificare le modalità operative dei Servizi Sociali, bisogna che presti molta attenzione alla materia molto delicata e complessa di cui ci si occupa. Si tratta di una materia che ha in sé un dilemma strutturale, perché l’idea di doversi occupare di genitori che vogliono bene ai loro figli ma che non riescono a fare il loro bene, crea di per sé dilemmi importanti. Il rischio di gestire questa materia delicata andando solo a scrivere procedure e norme, pretendendone il rigido rispetto, è molto forte. 

Gli altri Paesi Occidentali che si sono occupati di questa materia, sono molto orientati verso la protezione minorile. Nel mondo anglosassone si è concentrati sulla rilevazione delle situazioni di maltrattamento e sulla messa in sicurezza dei bambini. In alcuni di questi Paesi si ha l’idea che gli operatori siano poco affidabili e che il loro operato debba essere governato dalla raccolta di dati secondo degli schemi, delle check-list. Quindi hanno sviluppato sistemi molto proceduralizzati.

Nei sistemi di welfare dei Paesi Nordici c’è un altro approccio, che guarda al benessere dei bambini e delle famiglie in senso ampio. Si tratta di sistemi che investono molte risorse attorno alle famiglie e che sostengono che le situazioni critiche dei bambini, anche la protezione, debbano essere sviluppate all’interno di una prospettiva che guarda alle problematiche della famiglia nel suo complesso.

Ciò premesso, vedo il rischio che l’operato della Commissione scivoli sul versante procedurale e senza guardare quali siano le diverse problematiche implicate. In Italia bisognerebbe piuttosto investire energie sulle persone, sul miglioramento e il potenziamento dei servizi, sulla valutazione dell’efficacia degli interventi, cercando di capire cosa funziona meglio e cosa meno. 

Per quanto riguarda il discorso più specifico su che cosa dovrebbe fare il Servizio Sociale professionale, penso che occorra precisare la propria identità culturale e rendere più esplicito il progetto professionale. Oggi il ruolo degli Assistenti Sociali è spesso definito da altri. Cioè sono i magistrati, i responsabili di Servizio, gli altri… che definiscono il ruolo degli Assistenti sociali. E spesso gli Assistenti Sociali lasciano che siano questi ‘altri’ a dire cosa essi/e debbano fare  “faccio questo perché il Tribunale/il servizio, il Responsabile dice di fare così, faccio quest’altro per questo motivo”. Inoltre, viene spesso delineato un ruolo contraddittorio e ambivalente: per alcuni giudici deve essere un esecutore degli ordini per altri deve gestire i progetti in autonomia. È importante ribadire che il Servizio Sociale professionale è al servizio delle persone, per il loro riscatto e la loro liberazione dalle condizioni di oppressione. 

L’altra questione da rimarcare è l’importanza di custodire l’attenzione che il Servizio Sociale ha verso il rapporto tra la persona e l’ambiente, che è l’oggetto su cui lavora l’Assistente Sociale. Chiarito questo, si potrà poi lavorare con le persone, affinché i bambini e gli adulti siano più capaci di interagire con l’ambiente… e si potrà lavorare con l’ambiente affinché sia più capace di essere accogliente nei confronti dei bambini, delle bambine e delle famiglie.

Occorre poi interrogarsi su quale sia la soglia che riteniamo necessario venga superata per entrare nella privacy di una famiglia. Lo dico a proposito del tema dell’appropriatezza. Parlare di “appropriatezza” è sempre una cosa delicata: “appropriato” rispetto a chi o rispetto a che cosa? L’appropriatezza sul tema del benessere dei bambini è un argomento complicatissimo. Bisogna esplicitare le questioni conservando la consapevolezza e l’umiltà di sapere che stiamo intervenendo in una tematica mobile. Gli operatori, gli Assistenti Sociali, gli educatori, gli psicologi si domandano: “ma fino a che punto si può o si deve aspettare che un genitore si rimetta in sesto? Fino a che punto accogliamo la fatica nel migliorare e quando no? Dove prendo una posizione? Qual è il livello, qual è il punto che riteniamo giusto? Qual è il bene?”. 

Per parlare di appropriatezza penso sia doveroso argomentare “in scienza e coscienza”. Vari studi, dimostrano che i bambini esposti alla violenza tra i loro genitori hanno forti conseguenze, non solo psicologiche, ma anche sulla loro capacità di essere felici, di poter crescere e stare bene. Per non parlare delle situazioni più gravi. Dovremmo tutti essere consapevoli del fatto che siamo in un terreno che non è insondabile, e chiede di essere guardato, che è culturalmente determinato, che va “preso in mano”, se vogliamo occuparci davvero del benessere dei bambini e delle bambine. 

Al contempo occorre cercare di non essere astratti, di essere il più vicini possibile alla realtà e di non essere distratti. Non cedere alle polarizzazioni, non bisogna mettere un aspetto contro un altro. Però bisogna interrogarsi sul tema della protezione. Quando parliamo dell’appropriatezza degli interventi, dobbiamo collocarci, da un lato, in quello che è “il progetto professionale” del servizio sociale e, dall’altro all’interno della consapevolezza che il benessere dei bambini non è una questione “degli  Assistenti Sociali” ma è interesse collettivo comune.

Certo, gli Assistenti Sociali sono i professionisti che più hanno la capacità di vedere la complessità, l’intreccio tra difficoltà e risorse. Parlare di appropriatezza è come riferirsi al margine di un fiume. Si tratta di qualcosa di fluido. Dobbiamo sempre avere in mente che siamo dentro una questione non facilmente stigmatizzabile, non facilmente gestibile». 


[1] L’intervista è stata effettuata dal prof. Marco Giordano il giorno 4 agosto 2020. La trascrizione dell’intervista è stata curata con la collaborazione di Marilena Di Lollo.

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