Commissione d’inchiesta sull’affido. La credibilità del Servizio Sociale

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Commissione d’inchiesta sull’affido. La credibilità del Servizio Sociale

Sospetto, credibilità e autorevolezza del Servizio sociale. Responsabilità e riflessività. Scienza, coscienza e vergogna.

Quando si è persa la fiducia sull’intera comunità professionale?

Dopo il caso Bibbiano molti professionisti che operano nel campo dell’aiuto si sono chiesti come e quando gli indagati abbiano perso quell’orientamento etico-deontologico che identifica la comunità professionale come fautrice di giustizia sociale e promotrice di diritti umani. Come e quando abbiano deviato il loro comportamento senza soffermarsi a riflettere, a mettere in atto un pensiero critico che li aiutasse a tornare sulla retta via. Sono quesiti che in modo ricorrente tornano alla mente e che riempiono l’animo di rabbia e di sdegno, soprattutto se si pensa che il loro operato ha avuto delle ricadute sulla credibilità dell’intera comunità professionale. Non è sporadico ascoltare cittadini che parlano della comunità professionale con indignazione, risentimento e sfiducia e che partendo dal presupposto, sbagliato chiaramente, considerano tutti gli Assistenti Sociali ladri di bambini.

«La credibilità del Servizio Sociale deve essere intesa come una responsabilità di ciascun Assistente Sociale che lo obbliga al ruolo di testimone autorevole dei valori ispiratori della professione» 

Il potere distruttivo del sospetto

Esercitare un potere ed assumere delle decisioni rilevanti per la vita degli altri sono azioni che possono costruire o distruggere la credibilità e l’autorevolezza del Servizio Sociale. Per gettare ombra su una istituzione, serve un semplice sospetto, ma quando questo viene a crearsi per un ipotetico comportamento tenuto da professionisti che per mandato sociale, istituzionale e professionale sono chiamati a tutelare le fasce più deboli della popolazione, basta e avanza.

Il sospetto muove una serie di ingranaggi che depennano in un battibaleno l’operato messo in atto da altri professionisti che agiscono in nome della scienza e della coscienza, cioè ancorando saldamente le loro valutazioni tecniche, le loro ipotesi di fronteggiamento e la conseguenziale implementazione al reale benessere della persona.

La massima “scienza e coscienza”

Il richiamo al principio “scienza e coscienza” è, in questo specifico caso, più che mai doveroso. Esso riassume in due parole il rigoroso connubio metodologico-scientifico ed etico-deontologico su cui è costruita la professione. Più che soffermarsi sulla “scienza”, di cui tutta la comunità ha conoscenza, è opportuno approfondire il concetto di “coscienza”.

Esso è fortemente invischiato con il pensiero greco, giudaico e cristiano. Già Cicerone nel III libro del De Officiis trattava di coscientia identificandola come la parte più divina dell’uomo.

Oggi, in chiave postmoderna, possiamo affermare che essa costituisca quello spazio introspettivo proprio dell’essere umano, attraverso il quale attesta la sua esistenza e compie valutazioni di carattere morale sui suoi pensieri, sulle sue scelte ed azioni.

Va da sé che tali giudizi dipendano dai principi etici, e in questo caso deontologici, ai quali si è ancorata, costruita, educata ed affinata la coscienza. Essa per essere retta, vera e certa deve far un costante riferimento al Bene Assoluto che Cicerone declina con le virtù sociali: onestà, affidabilità, giustizia, generosità. In un’unica parola, Benevolenza, che nella prassi vuol dire interrogarsi costantemente sulla bontà delle idee, dei discernimenti e delle azioni. Chiedersi continuamente: “Ciò che sto pensando, ideando, programmando e realizzando corrisponde al bene massimo dell’altro?”

Operare nel rispetto del principio “scienza e coscienza” significa agire con responsabilità e riflessività. Valutare di volta in volta la bontà degli esiti immediati e degli impatti futuri della prassi sull’altro, sul contesto e, anche, sulla comunità professionale. 

Il Codice deontologico degli Assistenti Sociali e la Global definition of social work, per non rimanere semplici enunciazioni di principi, devono essere intesi come reali linee guida e strumenti di discernimento dell’agire professionale. Essendo tali devono essere interpellati ogni qualvolta l’agire quotidiano tende ad allontanarsi da quelle Verità assolute, riassunte nel rispetto della dignità della persona, nel perseguimento della giustizia sociale e nella tutela dei diritti umani. 

Per tornare credibili

La credibilità del Servizio Sociale deve essere intesa come una responsabilità di ciascun Assistente Sociale che lo obbliga al ruolo di testimone autorevole dei valori ispiratori della professione. È un’affermazione che richiede ad ogni operatore di mettere in atto una condotta irreprensibile e di alimentarla dimostrando quotidianamente di essere all’altezza del proprio ruolo e delle proprie funzioni. 

Lasciando alle autorità preposte il compito e la responsabilità di ricercare la verità e di giudicare, è dovere di chi scrive invitare alla cautela e nello stesso tempo incentivare colleghi e operatori che lavorano con e per l’umano a provare vergogna di fronte ad azioni depersonalizzanti e disumanizzanti, a denunciarle e ad operare con responsabilità per ridare credibilità ed autorevolezza alla professione. 

Che cosa bisogna fare?

Ciò può voler dire proiettare una luce positiva sulla comunità professionale attraverso una serie di azioni:

  • cancellare con coraggio e determinazione tutte le ombre che hanno determinato sfiducia, dubbio, avversione e chiusura da parte dei destinatari degli interventi;
  • tornare a lavorare con e per la comunità per sostenere e tutelare le fasce più deboli, farsi portavoce delle loro istanze e dei loro bisogni e contribuire a creare una società decente capace di salvaguardare ogni essere umano da esperienze umilianti;
  • “formare” figure professionali forti e responsabili in grado di rappresentare adeguatamente la professione, ma nello stesso tempo, avere il coraggio di allontanare coloro che offuscano l’affidabilità;
  • essere fieri di ogni vittoria conseguita in tal senso, dandone la giusta visibilità;
  • trasferire in ogni operatore il peso e il piacere di essere co-responsabili della costruzione di un contesto accogliente, integrante, inclusivo e autenticamente rispettoso della persona umana, della sua dignità, libertà, unicità e originalità.

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