La felicità consapevole

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La felicità consapevole

Mancata educazione alle emozioni. Apparenza non appartenenza. Ruolo attivo del sociale. Valore del sacrificio.

Delitti e cause

La cronaca degli ultimi mesi registra numerosi fatti di sangue che vedono protagonisti adolescenti o giovani adulti, autori di reati scellerati; ultimo, il caso di cronaca dei due fidanzati di Avellino. Proprio su questo delitto il clamore mediatico è stato tanto e molti hanno puntato il dito sull’isolamento legato alla pandemia, sull’abuso di sostanze, sulla perdita di ruolo della famiglia, per cercare di spiegare la fredda architettura di un piano di sterminio, per fortuna, solo parzialmente riuscito, che ha dell’incredibile.

«Costruire una solida impalcatura emotiva per acquisire la consapevolezza di sé e della propria esistenza» 

Educazione emotiva

Come è possibile che una figlia desideri e progetti l’assassinio dei suoi famgliari? Come è possibile che il fidanzato di lei aderisca e condivida questo desiderio, diventandone addirittura l’esecutore materiale?

A parere di chi scrive, le ragioni o le cause sono da ricercare nel fallimento del sistema di capacitazione della comunità, che ormai da anni ha rinunciato ad investire sull’educazione alle emozioni e ai sentimenti, indispensabile per far crescere adulti portatori di una felicità consapevole, che possano rispondere in modo sano agli stimoli della vita.

Insegnare a costruire una solida impalcatura emotiva è condizione indispensabile per tessere la rete psico-affettiva capace di trattenere un’emozione, così mutevole quanto labile, come la felicità, non intensa come successo momentaneo e legata alla parabola del momento, bensì come frutto di consapevolezza del sé e della propria esistenza.

L’apparenza dei social

La contemporaneità ci propone una liquidità dei sentimenti, la smania di essere felici a tutti i costi, che non passa per la sana acquisizione del raggiungimento di saldi punti di riferimento interiori, ma attraverso l’invidia della altrui felicità, fatta di beni materiali e fondata sull’effimero dell’apparenza e non dell’appartenenza.

I messaggi che i social veicolano si rifanno quasi ad un obbligo ad essere felici, sminuendo i vissuti, le storie di sofferenza personale, di fallimento e di sconfitta, proponendo una realtà patinata ed effimera, una positività tossica, così come da alcuni definita, che si nutre dell’ambire alla altrui felicità, sull’inseguire un utopico benessere, escludendo il passaggio attraverso il dolore e lo svilimento dei vissuti ad esso connesso, una realtà in cui le pulsioni hanno sostituito i sentimenti e le passioni.

L’assenza di un’educazione positiva

Dunque, non occorre stupirsi se tali accadimenti, che non sono fenomeni isolati o frutto di momenti di impeto, stanno registrando una sempre maggiore diffusione, in quanto testimonianza della totale assenza di educazione positiva delle generazioni contemporanee di adolescenti e giovani che, ormai annichiliti, non sono in condizione di discernere la netta linea di demarcazione tra il bene e il male, non sanno convivere con le frustrazioni e con l’assenza di possibilità.

L’amore, la paura, la gioia, la noia, il dolore, la disperazione sono emozioni che si insegnano e, come qualsiasi cosa che si impara, quando si ritarda troppo, o si ignora, c’è il rischio che poi non ci sia più né il tempo né la possibilità di rimediare. I sentimenti, infatti, sebbene appartenenti al nostro patrimonio psicologico e caratteriale, vanno orientati, modulati, in quanto patrimonio culturale appreso, che ogni singolo adulto ha la precisa responsabilità di insegnare.

Il ruolo attivo dei professionisti del sociale

In un epoca nella quale i costumi si sono involgariti, le relazioni umane hanno perso di contenuto e di autenticità, riuscire a coltivare i sentimenti è una necessità di ogni percorso formativo, la cura alla solitudine, all’indifferenza, la spinta positiva con cui aiutare i nostri ragazzi a recuperare l’equilibrio e il desiderio di guardare al futuro con speranza.

Sta a noi, professionisti del sociale, genitori, educatori, recuperare un ruolo attivo non rinunciando ad insegnare alle nuove generazioni l’educazione affettiva, non delegando ad un “terzo indifferenziato” un nostro preciso compito educativo, proponendo un percorso che non passa per la costruzione di una società idealizzata, anestetizzata contro il dolore o il fallimento; sta a noi trasmettere il valore del sacrificio in termini non certo privativi ma di possibilità, perché, citando Kirkegaard, non è il cammino ad essere difficile ma è la difficoltà stessa ad essere il cammino.

Fonti: 

https://www.cittanuova.it/cose-la-felicita/?ms=005&se=022 Serio M.R., L’intelligenza emotiva e i suoi principali ambiti di applicazione, in Dal Pensiero alla formazione, Pensa Multimedia, Lecce, 2018. Serio M.R., Sentire il mondo. Affrontare le paure. Lecce, Milella, 2008 D’Amico A., Intelligenza emotiva e metaemotiva, il Mulino, Bologna, 2018.

 


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