Servizio Sociale e conflitto: un’evoluzione positiva

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Servizio Sociale e conflitto: un’evoluzione positiva

Conflittualità come fenomeno fisiologico: motore di creatività. Conflitto intrapersonale e interpersonale. Il potenziale generativo del conflitto: un’evoluzione positiva.

Lo studio del conflitto

Di conflitto si occupano da sempre le scienze umane e sociali; la sociologia ne ha fatto un manifesto nell’opera di padri come Marx; la psicologia ne parla fin da Freud in termini di collegamento tra conflitti intrapsichici e comportamento; l’antropologia ne ha studiato le varie forme di gestione nei popoli; le religioni ne hanno sempre fatto una problematica centrale.

«Ogni volta che compiamo una scelta abbiamo superato un conflitto fra due o più opzioni»

L’inevitabilità del conflitto

Per Kurt Lewin[1] la conflittualità è un elemento positivo, vitale e arricchente anche se «il termine è percepito come minacciante e poco gradevole: fa pensare ad un combattimento, a un confronto spiacevole, a una guerra, con immagini più o meno violente. Eppure ogni volta che compiamo una scelta abbiamo superato un conflitto fra due o più opzioni». 

Per Lewin conflitto significa esplicitazione della diversità, del confronto, espressione della propria energia, utilizzo del proprio potenziale. Il conflitto è un vero e proprio motore di creatività, uno spazio dove è possibile trasformare le difficoltà in circostanze produttive e dove i soggetti sono capaci di vivere lo scontro rendendolo produttivo, perché nonostante tutto le situazioni di crisi sono una grande occasione di apprendimento.

Il conflitto in campo psicologico

Tale posizione, in campo psicologico, è stata ripresa da Jean Bergeret[2], il quale sostiene che il conflitto è un’esperienza comune, dove due individui (o due gruppi), sostenendo posizioni diverse, si pongono in atteggiamento antagonista.

Anche se generalmente lo si ritiene problema, qualcosa da evitare che produce sofferenza e che deve essere risolto subito, il conflitto è dunque da considerarsi un fenomeno fisiologico e la sua natura non è né positiva né negativa: esso è un’esperienza assolutamente personale ed è il nostro agire di conseguenza che può farlo diventare un'occasione di crescita o un momento di rottura. 

Non esiste in natura alcun processo biologico, geologico, fisico o chimico che non sia determinato dal conflitto; se consideriamo, ad esempio in fisica, l’opposizione tra elettrone e protone notiamo come sia essenziale per la struttura dell’atomo che le due particelle siano di carica opposta. In società il conflitto si determina in modo più complesso rispetto alla natura. I gruppi sociali agiscono, spesso, avendo di mira fini opposti.

Due tipi di conflitti

Nel campo psicologico il conflitto è sia intrapersonale che interpersonale. Nel conflitto intrapersonale la tensione nasce a causa di forze interne contrapposte che indirizzano la persona a prendere una decisione piuttosto che un’altra.

Il conflitto interpersonale è invece un evento che si riscontra in vista di interessi o obiettivi o bisogni o punti di vista diversi tra due o più persone; si tratta di uno stato di tensione che due persone provano nel momento in cui riscontrano forze contrapposte che spingono verso taluni atteggiamenti o comportamenti piuttosto che altri.

Sul piano relazionale

Friedrich Glasl lo definisce un’evenienza naturale ed inevitabile della vita, così come le differenze, ovvero «un’interazione tra attori (gruppi, individui, organizzazioni) in cui almeno un attore percepisce un’incompatibilità con uno o più altri attori nella dimensione del pensiero o delle percezioni, nella dimensione emozionale»[3].

Sul piano relazionale questa percezione di incompatibilità si avverte in merito a interessi, obiettivi, bisogni e punti di vista diversi tra due o più persone, che possono essere associate a svariati fattori, individuali o situazionali, tra cui: valori e atteggiamenti, opinioni su questioni etiche, personalità differenti, lotte per il potere, risorse scarse e limitate, comunicazioni disfunzionali, interessi divergenti.

Nella coppia che si separa si è di solito di fronte ad un mix di entrambi le tensioni: c’è tensione intrapersonale poiché l’evento luttuoso della perdita del partner, e del mondo che questi rappresenta, è di per sé un fatto che tiene l’individuo stretto tra slanci e ripensamenti, start and stop, logoranti andirivieni, in balia di oscillazioni tra bisogni, opportunità e norme e valori.

Al conflitto intrapsichico si interseca quello interpersonale che ha a che fare con tutto ciò che riguarda l’organizzazione del tempo, degli affetti, dei beni; un terreno, questo, dove le contraddizioni si condensano e prendono forma in questioni che riguardano la gestione del rapporto con i figli e del patrimonio, assolutizzando ed estremizzando le posizioni divisorie.

Il potenziale generativo del conflitto

La divisione tra conflitto intrapersonale e interpersonale non è mai così netta. Ogni volta che l’incontro con la diversità genera resistenze, disagi emozionali e comportamenti reattivi, è possibile intravedere dietro al conflitto esteriore con l’altro, un conflitto tutto interiore tra alcuni aspetti che caratterizzano la struttura di personalità dell’individuo e gli aspetti che, per inculturazione, educazione e adattamento, sono stati relegati nell’ombra e sono pertanto percepiti come energie pericolose[4].

Il conflitto nella coppia che si separa va considerato quindi come una realtà complessa la cui intensità dipende da vari fattori concatenati, quali: numero di attori in causa (una separazione in assenza di figli è un processo ben diverso da una in cui i figli ci sono); numero e tipologia degli obiettivi/oggetti di contesa (quanti più sono i punti su cui trovare un accordo tanto più il processo elaborativo sarà impegnativo); presenza di elementi soggettivi/simbolici accanto a quelli oggettivi (l’assegnazione della casa in cui si è iniziata la convivenza e si è concepito i figli richiede evidentemente un processo con più pathos rispetto ad una casa da poco acquistata, così come la separazione di una coppia invischiata con le famiglie di origini è carica di molti significati simbolici ed è quindi estremamente difficile); l’evoluzione nel tempo (il conflitto non è una realtà statica ma dinamica). 

Ogni conflitto ha in sé un potenziale generativo. Misurarsi all'interno del conflitto può portare ad una evoluzione sia del conflitto stesso, attraverso la sua trasformazione, sia delle parti in causa che hanno la possibilità di superare il rigido schema mentale della ragione e del torto, potendo così progredire.

Considerata dunque la loro generatività, dai conflitti è possibile imparare; l’esperienza conflittuale è molto ricca e ciascuno può riuscire a trarne il meglio per sé e per gli altri, senza voler trovare a tutti i costi una soluzione ma imparandovi a «so-stare».


[1] Contessa G. (1998), Attualità di Kurt Lewin, Città Studi Edizioni, Torino.

[2] Bergeret, J. (1994) La relazione violenta, C.E.R.P., Trento

[3] Buccoliero E., Maggi M. (2005), Bullismo, bullismi, Franco Angeli, Milano

[4] Benci, V. (2009), Analisi transazionale e gestione dei conflitti, Xenia, Milano

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