Prospettive di riqualificazione del profilo professionale dell’assistente sociale in sanità

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Prospettive di riqualificazione del profilo professionale dell’assistente sociale in sanità

La mente creativa per la co-costruzione del cambiamento. Determinanti della salute e protezione sociale. Valorizzazione del servizio sociale in sanità. Burnout e rimodulazione dell’assetto dei servizi.

La mente creativa a garanzia del diritto alla salute

La complessità degli scenari sociali e delle problematiche medico assistenziali hanno permesso che il profilo professionale dell’Assistente Sociale in sanità, tramite il suo mandato istituzionale, divenisse nel tempo, il garante del diritto alla salute. Tutelando il benessere della persona attraverso il riconoscimento e la realizzazione di azioni finalizzate alla protezione sociale, l’intento è stato, senza dubbio, il contenimento di tutti quei rischi che ostacolano l'esito positivo dei trattamenti sanitari, attuando modelli di intervento fondati sull'integrazione inter-professionale e inter-aziendale, propri anche della continuità assistenziale. La professione, dunque, si è fatta promotrice della costruzione e tutela di uno spazio privilegiato, stimolando la riflessione su come applicare la mente creativa (Schön,1993) allo svolgimento del proprio ruolo. Ciò consente la ri-negoziazione dei significati circa la propria funzione e quella della struttura organizzativa nel suo insieme, che, in relazione all’attuazione del sistema di umanizzazione, avvia un processo di condivisione co-costruita del cambiamento, in grado di generare nuove modalità operative. (Russo, 2019)

La sfida sta nell’investire sulla qualità del clima e sulla costruzione di una solida cultura organizzativa, orientata alla valorizzazione del lavoro professionale” 

Prevenire il malessere degli operatori per produrre benessere

Nonostante queste premesse, tuttavia, la complessità dei contesti lavorativi aziendali e professionali, non sempre ha reso fattibile la piena estrinsecazione del potenziale della professione, acuendo i fattori di rischio che conducono a situazioni di disagio, che non consentono un clima lavorativo sereno ed efficace.

Metodologie comprovate e riconosciute, coniugate con una leadership distribuita rispetto a ruoli e funzioni, possono produrre fattori protettivi dello stress lavorativo, generando un modello di welfare che Donati definisce  "istituzionale". Ovvero inteso come uno scambio di opinioni aperto e pratico tra la realtà della vita e le istituzioni, che potrebbe aprire nuovi orizzonti per l'assistente sociale, che in un simile contesto potrebbe fornire competenze e professionalità adeguate per i bisogni delle persone.

In tal senso, i circuiti politici e gli assetti organizzativi, per poter generare ricchezza e servizi di qualità, sono chiamati necessariamente a mettere in agenda la progettazione e la messa in campo di programmi che mirino a ridurre il malessere di questi professionisti, consapevoli che i sistemi d’aiuto producono benessere per i clienti solo se sanno prevenire il malessere degli operatori.

La sfida sta nell’investire sulla qualità del clima e sulla costruzione di una solida cultura organizzativa, orientata alla valorizzazione del lavoro professionale, che si accompagna alla libertà dell’assistente sociale di poter pensare, ragionare, agire in autonomia, rispettando, prima di tutto i valori etici e deontologici che la professione richiede e, poi, gli obiettivi e le finalità dell’organizzazione di appartenenza, senza “pressioni” di alcun genere, senza “restrizioni” forzate e “indicazioni” suggerite.

La rimodulazione dei Servizi Sociali sanitari

A parere di chi scrive, infatti, le cause principali dell’implosione del Servizio Sociale negli apparati sanitari pubblici, risiedono proprio nella discrepanza tra il livello della programmazione e quello dell’attuazione. Per ovviare a tali criticità, occorre indurre meccanismi virtuosi per la promozione di percorsi che non restino solo su carta.

Valorizzare le professionalità, adeguare la formazione alle richieste del mercato, favorire le politiche per incentivare nuove assunzioni; ancora, snellire i processi di burocratizzazione, consolidando e rafforzando il valore del principio dell’universalismo e dell’uniformità delle prestazioni sociosanitarie, soffermandosi meno sul rispetto dei bilanci ed orientando l’azione al benessere dei cittadini e degli stessi operatori.

Determinante è, a tal fine, il compito delle politiche pubbliche nel pensare a riforme, inserite in piani pluriennali, condivise anche e, soprattutto, dagli operatori del settore che, quotidianamente, vivono in  prima persona i disagi e le difficoltà di sistemi sviliti e al collasso. Fattori, questi, che incidono sulle determinanti della salute, portando alla perdita del senso di appartenenza, alla mancanza di fiducia nelle istituzioni, a crisi anche dei più moderni ed accreditati sistemi di welfare (Fazzi, 2015).

Prospettive di valorizzazione della professione

L’assistente sociale, in questo contesto, ha l’arduo compito di fungere da mediatore e da collante tra le persone e le Istituzioni, per far riemergere il senso di fiducia e speranza per il futuro, anche proponendo una riflessione sulla possibile rimodulazione dell’assetto degli stessi Servizi.

Da questo scenario si staglia, parafrasando Schön (1993), la possibilità di argomentare, per gli assistenti sociali, sul rapporto tra il mondo della deontologia e quello del lavoro, indagando i processi di conoscenza e apprendimento nel corso dell’agire professionale.  Ciò comporta, conoscere i problemi dei quali la professione si occupa, i valori ai quali si ispira, i contesti organizzativi con i relativi orientamenti di politica in cui il professionista dell’aiuto opera, in cui si determinano opportunità, vincoli e specifiche modalità di azione, con la finalità di pensare alla costruzione di interventi propedeutici alla creazione di una cesura tra teoria deontologica e pratica professionale, determinante nel rafforzamento della relazione tra conoscenza, contesto organizzativo e sapere concreto (Gherardi, 2006).

Tale consapevolezza ha comportato una strutturazione di percorsi “sperimentali”, non scevri da criticità, anche in sede normativa, che, spesso, hanno generato conflitti e incomprensioni nel panorama politico e di indirizzo, favorendo un dibattito non certo indolore. Le relative ristrettezze di risorse, a fronte di maggiori e più complessi bisogni, il sovraccarico lavorativo, la difficoltà di un approccio operativo integrato e multidisciplinare nei servizi, spesso impossibile da attuare a causa dell’esiguità del personale o per l’inadeguatezza dei servizi stessi, hanno concorso, in questi anni, a rendere il lavoro dell’assistente sociale in contesto sanitario, sempre più, privo di fondamenti di efficacia e di validità.

Occorre una inversione di tendenza che non può operare il singolo professionista, bensì una presa di posizione forte e dirompente da parte dell’Ordine Professionale che, nei tavoli opportuni di confronto, è chiamato a creare percorsi operativi attuativi di reali occasioni di promozione e rilancio della professione. A tal fine, l’applicazione sistematica di piani concertati di umanizzazione nei protocolli di cura, rappresenta il contesto ideale per la riqualificazione del profilo professionale dell’assistente sociale in sanità, specie nei presidi ospedalieri, nonché occasione di riscoperta di competenze a rafforzamento di una consapevole identità professionale.

Campanini A.M.(2009), Scenari di welfare e formazione al servizio sociale in una Europa che cambia, edizioni Unicopli, Milano.

Donati P. L’operatore assistente sociale di fronte alla crisi del welfare state: quali prospettive? Studi di Sociologia

FAZZI L. (2015), Servizio Sociale Riflessivo. Metodi e tecniche per gli assistenti sociali, Franco Angeli editore

Nappi A. (2001), Questioni di storia, teoria e pratica del Servizio Sociale italiano, Liguori, Napoli

Russo P. (2019) Gli italiani non sorridono più, Lampo Editore.

Schon D.A. (1993), Il professionista riflessivo, Dedalo, Bari

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